Contaminazioni e innovazione

Negli ultimi due giorni mi è capitato di imbattermi ripetutamente nella parola “contaminazioni”.

Ieri, a Siracusa, c’è stato un TEDx Ortygia sponsorizzato da Ortygia Business School proprio sul tema delle Contaminazioni.
Relatori di rilievo hanno affrontato il tema da prospettive molto diverse. Qui le contaminazioni, gli scambi, le mescolanze sono state interpretate come un processo continuo nella società globale capace di coinvolgere intere comunità e generazioni fino a sovvertire il corso degli eventi, ma soprattutto capace di innescare processi innovativi e creativi.

Oggi, ho letto l’articolo di Giovanni Iozzia con un bellissimo ricordo di Eugenio Aringhieri, giovane manager della Dompè farmaceutici scomparso pochi giorni fa. Un passaggio fondamentale è proprio relativo al legame tra innovazione e contaminazione, di cui, ritiene, non bisogna aver paura, anzi invita a interpretarla come opportunità per far crescere le aziende.

Il significato e l’etimologia della parola “contaminazione” evoca non sempre a cose positive. La prima definizione della parola fornita dalla Treccani rimanda a parole quale infettato, inquinato, alterazione di una sostanza, corruzione della purezza.  Poi c’è la sua accezione positiva secondo cui contaminazione significa fusione di elementi di diversa provenienza.

Quindi, una parola dal gusto dolce e amaro. Dolce, perchè contaminando si aprono nuovi orizzonti. Amaro, perchè il confronto e il cambiamento sono processi, alle volte, dolorosi. 

Per consentire la contaminazione in azienda serviranno figure nuove per studiare le interazioni tra uomo e tecnologia nella vita di ogni giorno. Mi riferisco a sociologi, antropologi, psicologi, filosofi (basti pensare alle implicazioni morali delle reazioni delle automobili a guida autonoma). Quindi la contaminazione tra i saperi scientifici e quelli umanistici sarà la chiave per interpretare la relazione tra umano e non umano.
La contaminazione tra esperienze e competenze diverse permetterà di vedere il mondo in maniera variegata e certamente più completa. La tecnologia non sarà più solo tecnica, ma sarà anche creatività, sensibilità, adattamento.

Contaminare un’azienda con idee, esperienze e culture diverse permette di osservare il mondo da prospettive nuove, apprezzandone la varietà e identificando percorsi innovativi, alternativi, migliorativi.

La contaminazione non può che partire dalla consapevolezza che «Not all the smartest people work for you» (Bill Joy, co-fondatore di Sun Microsystems), ossia che non tutte le risorse migliori sono all’interno dell’organizzazione. Pertanto, assorbire conoscenze e tecnologie rilevanti dall’esterno, valorizzare in forme diverse e nuove il proprio portafoglio tecnologico e il proprio patrimonio di competenze sono le chiavi del successo del futuro.

Senza dubbio, quindi, le tecnologie digitali del futuro influenzeranno l’organizzazione e ne imporranno una riorganizzazione delle competenze. Cambierà il mercato del lavoro, imponendo una sorta di contaminazione tra figure professionali che prima non si sarebbero mai rivolte la parola, mentre ora devono addirittura collaborare.

Un vecchio detto siciliano recita “iunciti cu li megghiu e perdicci li spisi”, ossia frequenta le persone migliori anche se ciò comporta qualche sacrificio. Contaminare la propria azienda, aprirla all’esterno, a culture e idee diverse comporta sacrifici. Posso testimoniare che la fatica maggiore che si possa fare in un’azienda di qualsiasi dimensione (ma soprattutto a vocazione tecnica) sia proprio far cambiare progressivamente il punto di vista delle cose. Sradicare le “procedure”, superare l’“abbiamo sempre fatto così” richiede disciplina da parte del management, condivisione, formazione e una abnegazione senza precedenti.

Oggi, finalmente, stiamo percependo che la tecnologia e la tecnica, da sole, sono arrivate a un limite ed è diventato fondamentale (per proseguire la crescita) recuperare approcci alternativi e più completi al tema dell’innovazione.

L’articolo di Giovanni Iozzia si apre con un Tweet di Eugenio Aringhieri:

“Non c’è una formula per il successo eccetto forse un’accettazione incondizionata della vita e di ciò che ci porta”, Arthur Rubinstein

Abbiamo ritenuto che il successo fosse possibile solo grazie alla tecnologia, ma ci siamo accorti che la vita è una faccenda molto più complessa.

N.B. Questo post è stato pubblicato in anteprima su EconomyUpLeggi.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.