Siracusa e l’isola bianca dei ricordi d’infanzia

Graecarum nobilissima(e) pulcherrima(e) que – La più bella e la più nobile tra le città greche (T. Livio)

Lo ammetto, Siracusa è il luogo che mi rende più felice e quando mi è stato suggerito di fare la lista delle cose che mi rendono felice, non ho resistito e ho deciso di iniziare proprio dalla mia città. Mi scuso per il post un po’ lungo ma c’erano così tante cose da ricordare…

Ortigia e alcune parti di Siracusa sono i luoghi della mia infanzia e della mia gioventù, l’unico posto in cui mi ritrovo sempre e mi sento veramente a casa. Passeggiare per le strade di Ortigia equivale a evocare ricordi, racconti, momenti di tutta una vita, perchè Siracusa è sempre stato il posto in cui tornare.

Come non ricordare il nonno paterno, umile operaio di un mulino ma alla fine Cavaliere del Lavoro, che filava a ottanta anni suonati con passo corto e veloce lungo Corso Matteotti (prima via del Littorio), per non mancare ogni santo giorno al suo posto alla gioielleria Conigliaro al fianco dell’amico fraterno?

Lo ricordo anche quando camminava a braccetto con mia nonna per Siracusa. L’immagine che ho è di lei con i bianchi capelli, quasi argentei, un cappotto nero e il collo di pelliccia. Allora mio nonno adeguava il passo alla signora e passeggiava per il corso. Ricordo la spilla che aveva la nonna sul cappotto e ancora oggi trovo passeggiare a braccetto una delle cose più romantiche che si possa fare. Non amo tanto il passeggiare per mano… andare a braccetto è molto molto di più.

Erano gli anni semplici in cui bastava entrare a prendere un cono al bar Gazzè per essere felici. C’era il gelataio Nino che preparava il cono per me bambino (con mio disappunto perchè avrei voluto un cono da grande! Sempre stato “mangiatario”). Erano anche le sere in cui con le zie e i nonni si andava a comprare i salumi e i formaggi alla Salumeria Bianca, quando invece non si faceva un salto in via Roma alla profumeria della signora Costa. E’ ancora viva e ha 94 anni. La ricordo con piacere.

A quei tempi Siracusa non era così curata come oggi, erano gli anni in cui certe aree di Ortigia erano degradate, ma il fascino era quello di sempre e la pietra bianca riluceva della sua bellezza.

C’era la passeggiata alla Marina, dove ho imparato ad andare in bicicletta e a pattinare, erano i pomeriggi con i nonni seduti sulle panchine alla ricerca di un po’ di fresco d’estate, mentre io scorrazzavo lungo la banchina tra le raccomandazioni di stare attento e gli inviti a non avvicinarmi troppo al bordo esposto al mare. Ho trovato una foto della famiglia di mia madre (con i nonni materni, allora giovani, mia mamma e mio zio) esattamente nelle stesse panchine, con i bambini in bicicletta. Non erano ancora gli anni dei mega yacht e degli alberghi a cinque stelle, del turismo di lusso, ma già Siracusa era splendida. Il tramonto da quel versante è favoloso (basta guardare la foto di questo post).

Alle volte, si passeggiava sotto un ficus immenso per arrivare verso la Fonte Aretusa (o meglio ‘A funtana e Papiri) con i suoi papiri e la leggenda di Aretusa e Alfeo. Qui si possono ammirare gli unici papiri selvatici di tutta Europa.

Si saliva poi verso Piazza Duomo da piazzetta San Rocco. Piazza Duomo non era ancora allo splendore di oggi, non c’era ancora stato il film “Malena”e tutti i restauri dei palazzi. Negli anni 70 e 80 era accessibile alle automobili ma era già bellissima e piena di racconti dei miei familiari (ad esempio lì vicino c’era la bottega di un amico d’infanzia di mio padre che faceva il sarto. Ricordo le risate di mio padre quando ci fermavamo da Carlo).
Anche allora era d’obbligo una visita a Santa Lucia… che se poi era “aperta” (ossia se le porte della nicchia che custodisce la statua in argento erano aperte) non si poteva mancare.

Ricordo le processioni dell’Addolorata e quelle del 13 Dicembre per la Santa patrona di Siracusa e le urla dei fedeli. Il ritmo è scandito dal tradizionale urlo dei portatori della bellissima statua di Santa Lucia “Sarausana jè” (ovvero orgogliosamente “è Siracusana”) a cui fanno eco gli altri portatori rispondendo “Viva Santa Lucia”. Da brivido! Erano i giorni dello “zuccaro“, un dolce siracusano, duro come il torrone, artisticamente lavorato a mano e fatto di solo zucchero e miele. A Siracusa la festa è profondamente religiosa, mentre a Palermo tra arancine dolci e salate, cuccia, panelle e cose varie diventa profondamente godereccia (contraddizioni della mia terra!).
Non sono particolarmente praticante, ma, ancora oggi, non passo da piazza Duomo senza una preghiera a Santa Lucia e un cero acceso (alle volte anche su commissione).

Capitava che dopo la passeggiata alla Marina, c’era il gelato al bar del Commercio. Ricordo le granite alla mandorla (di cui sono un fan) e il “pezzo duro”, che è un dolce molto antico della tradizione siciliana e si dice risalga al periodo dell’invasione araba nell’isola. E’ ricco di canditi e fatto con gusti diversi di gelato. Buonissimo. L’ho ritrovato a Licata qualche settimana fa (ah già, grazie Stefania!).
Insomma, il pezzo duro al bar del Commercio era un piacere.

Era il periodo della Pasticceria Marciante, un mastro esperto nella lavorazione della pasta reale famoso in tutto il mondo. Le sue vetrine a Natale erano uniche… ricordo un’intera arca di Noè fatta con la pasta di mandorla, insieme a tutti i personaggi… oltre due metri di bontà in vetrina.
Da li arrivavano le “olivelle” di pasta reale, i dolcini sofficissimi di pasta di mandorle, i “dolci di riposto”, mentre “il cuore“, un dolce pasquale a base di pasta reale (particolarmente costoso e che ricordava l’effige del cuore di Gesù),  mio nonno lo comprava solo alla figlia più piccola (‘a picciridda di casa) e a mia madre (la nuora) alla Dolceria Testaferrata o da Marciante. Non sono nemmeno riuscito a trovare una foto su Internet di questo dolce e senza dubbio il sapore di tutti questi dolci è drammaticamente cambiato.

Ricordo le passeggiate in via Maestranza e la chiesa dell’Immacolata, il chiosco dei gelati in via della Giudecca (dove, secondo la nonna, non ci si poteva fermare perchè era “‘ncrasciatu”, ossia sporco), il lungomare che porta dal Castello Maniace al Largo Gancia fino alle Carceri per poi arrivare al ponte con la terraferma dopo il palazzo delle Poste. Si passava nel tratto del lungomare di via Nizza nei cui bassi c’erano le prostitute, allora per me figure misteriose (oggi sono stati interamente recuperati e pieni di B&B e localini). Dopo ci si fermava magari a “Facci Rispirata” (oggi Belvedere S. Giacomo) per prendere una boccata di brezza marina, perchè è il versante di Ortigia rivolto al mare aperto. Questo era un luogo particolarmente caro a mio padre, il quale ha rivolto uno dei suoi ultimi pensieri ai giorni passati qui da giovane. Avrei dovuto esaudire una richiesta che fece nelle sue volontà, ma non sono mai riuscito ad accontentarlo. Mio padre sosteneva che il nome fosse da ricondurre alla disperazione dei familiari dei pescatori che attendevano il ritorno dei congiunti dalla pesca ma anche al numero di suicidi che si erano consumati in questo tratto. In ogni caso basta osservare una mareggiata da questo luogo per capire bene il senso del nome che è stato dato a questo tratto.

Si arrivava poi al ponte Umbertino (o meglio ‘U Rittifilu) per tornare verso la terraferma. Allora il ponte era ancora uno solo. Lì immancabili erano i ricordi di mia madre sulla casa dei genitori prima e dopo la guerra.

Ricordo le passaggiate a Piazza Pancali, con la balconata sul tempio di Apollo e a fianco la chiesa di San Paolo (una delle più antiche di Ortigia)  in cui si sposarono i miei nonni paterni e dove rinnovarono la promessa dopo 50 anni di matrimonio. Sul lato opposto del tempio, c’è l’accesso al Mercato.
Qui si andava a fare la spesa, che diventava una festa (per me) quando si compravano i molluschi (cozze, vongole, bocconi) o i ricci dallo Zio Agatino. Era, come ogni mercato della Sicilia, un tripudio di colori, odori e voci urlate per promuovere la merce (solo un meridionale può capire cosa vuol dire la parola “mercato” quando entri in luoghi quali il Capo o Ballarò a Palermo o nei mercati di Catania e Siracusa). Era un giorno importante quello della visita al mercato (spesso coincidente con il giorno libero della zia insegnante) sia per mia nonna che per me. Non metto piede al mercato da decenni… ma sembra ancora affascinante.

Allora le passeggiate di sera erano sulla terraferma a Corso Gelone, chè Ortigia era malfamata e pericolosa. Non era ancora il centro della movida della città. A Corso Gelone, vicino casa della nonna materna, c’erano i negozi buoni, ma soprattutto c’era la Standa e Boncordo (pieni di giocattoli). Era ancora il tempo in cui se passava un’ambulanza ci si fermava tutti per lasciare spazio e in cui, in un modo o nell’altro, a Siracusa ci si conosceva tutti.

In questa parte di Siracusa, passeggiavo da bambino con il nonno materno e passavo le mattine d’estate nel cortile di casa dei nonni a giocare con bicicletta, con gli immancabili regali del nonno o dentro l’officina in cui lui costruiva e riparava avvolgimenti di motori elettrici o trasformatori. Penso che la mia propensione per la tecnica sia tutto merito suo (visto che il resto della famiglia era più incline a studi umanistici). Questa attitudine tecnica mio padre non l’ha mai digerita. Era da qui che la mattina passava prima un indimenticabile venditore su un motorino allestito per il trasporto delle cavagne colme di ricotta fresca e poi un gelataio che faceva una granita di mandorla di tutto rispetto. La nonna, i soldi li faceva arrivare dal terzo piano (rigorosamente senza ascensore) nel “panaro” (per voi continentali, cesto in vimini collegato ad una corda grazie al quale in Sicilia si trasportano cose da un piano all’altro dello stabile non importa quanto alto).

Ma c’erano anche i racconti sulla Madonna delle Lacrime, la cui lacrimazione è ricordata da tutti i miei familiari. Una piccola immagine della Vergine che nel 1953 iniziò inspiegabilmente a lacrimare in un’umile casa del dopoguerra. A questa Madonna, mia madre donò il suo gioiello più prezioso quando nacqui.

Ricordo i racconti di gioventù di mio padre e mia zia durante la guerra, i ricoveri, la fame e la paura. Le risate dopo tanti anni con parenti e amici a ricordare i cibi scarsi e freddi, i cappotti rivoltati e i pantaloncini corti che lasciavano d’inverno scoperte le gambe.

Ricordo i festeggiamenti di tutta la famiglia ogni ferragosto alla Darsena, ristorante che è ancora oggi una certezza e a cui ritorno quando posso.

Ricordo la visita al Museo con mia zia. Una giornata che non dimenticherò mai. Ricordo perfettamente (ed ero davvero piccolo) l’incanto di fronte alla Venere Landolina (Venere Anadiomene) di cui G. De Maupassant scrisse “Siracusa racchiude nelle sue mura una delle più belle Veneri del mondo… La scorsi subito e bella come l’avevo immaginata. Non ha testa, le manca un braccio, ma tuttavia la forma umana mi è apparsa più meravigliosa e seducente. Non è la donna vista dal poeta, la donna idealizzata, la donna divina e maestosa, come la Venere di Milo, è la donna così com’è come la si desidera, come la si vuole stringere

Penso che potrei continuare per ore. Siracusa è così tanto parte di me che fatico a fermarmi. Ricordo con nostalgia addirittura l’odore acre del petrolchimico attraversando la statale (ancora non c’era l’autostrada Catania-Siracusa) all’altezza di Priolo o Melilli (terre devastate dall’industrializzazione selvaggia). Era il preludio dell’arrivo a casa, dai nonni e dalle zie. Era sinonimo di vacanza e spensieratezza, di dolci e cibo buono, di coccole e risate. Ricordo i viaggi in auto da Pescara, Reggio Calabria, Palermo, con mio padre sempre alla guida, instancabile. Le liti con mia madre che lamentava una velocità troppo elevata e gli esperimenti di mio padre per risparmiare benzina. Va detto che la sua non era tirchieria ma una vera assurda sfida con il serbatoio. Sono storiche le volte in cui rimase a piedi senza un goccio di carburante perchè la sfida l’aveva persa, come se il serbatoio dovesse avere una vita propria o riserve di carburante occultate alla spia arancione che urlava nel cruscotto.

Insomma, Siracusa, la passeggiata a Ortigia è una delle cose che mi rendono senza dubbio più felice. Spero solo un giorno di poter raccontare tutti i miei ricordi a chi vorrà sentirli camminando a braccetto al mio fianco per le vie di questa magica isola.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.