Chiummu, isole e letture estive

Chiummu“. In siciliano, “chiummu” è il piombo, il metallo, ma anche il peso che porta a fondo l’amo per pescare.
Inoltre, si dice “chiummu” anche di persona o di circostanza noiosa,
Dire a una persona “si un chiummu” non è una bella cosa, soprattutto se alla persona in oggetto vengono prospettate opzioni “a tinchitè” ma per ciascuna ha un’obiezione, qualcosa da ridire.

E allora, “a taci-maci” (ossia silenziosamente, di nascosto) le persone si allontanano dal “chiummu” isolandolo, con l’ovvia conseguenza che costui diventa sempre più “chiummu“. Fino al punto da diventare un “Santu accutufatu“, ossia una persona che vive appartata.

Insomma, il processo di trasformazione in “chiummu” è quello che si innesca quando ti sembra di girare “ammatula” (o meglio, inutilmente) e quando saltano i principali punti fermi nella vita. Capita a tutti prima o poi (o forse a molti) e non è una cosa semplice uscire da questa spirale.

Allora l’opera di ricostruzione di una nuova mappa di riferimenti non è semplice, soprattutto quando si inizia a pensare di non aver capito nulla delle persone che ti circondano. Eppure, nonostante questo devi “ammuttare“, continuare a spingere affinchè la vita possa andare avanti.

Non sono un esperto di “chiummi” (anche se in questo periodo sto contribuendo alla causa) e non mi sento di scherzare molto su questo argomento, ma ho finito in questi giorni un libro molto speciale, che ho riletto in alcune parti.

“La prima verità” di Simona Vinci affronta il tema della malattia mentale da una prospettiva particolare. Il libro narra di un’isola-manicomio (l’Isola della follia) dove sin dalla prima metà del 1900 un regime dittatoriale ha deportato gli oppositori politici di tutta la Grecia, facendoli convivere con i malati di mente.

Scherzi a parte, scrivere, parlare, rendere visibile la depressione in particolare e la malattia mentale in generale, certamente non aiuta a guarire ma probabilmente contribuisce a lenire il dolore di chi ci convive (in prima persona o di un familiare) e a comprendere ciò con cui siamo impreparati a confrontarci.
Ho deciso di parlare dell’acchiummizzazione (neologismo appena sfornato per indicare la trasformazione in “chiummu“), semplificando e scherzando sul tema, perchè spesso dietro questo meccanismo di isolamento si celano principi di depressione, che non siamo nemmeno lontanamente preparati ad affrontare. Ci scherziamo su, minimizziamo, abbiamo parole di incoraggiamento che spesso sono inapplicabili per una persona depressa.
La verità è che la nostra società e la nostra scuola non educano al confronto con questo genere di malattie. Tutti sappiamo cosa procura un cancro, come ci si confronta, quali sono le terapie, quali gli effetti collaterali. Pochi di noi hanno la più vaga idea di come relazionarsi con una semplice depressione, ancor meno con una malattia mentale vera e propria.

Andare da uno psicologo o peggio da uno psichiatra è ancora oggi visto come una cosa vergognosa, qualcosa da nascondere, da cui fuggire.

Io per primo non sono stato capace di confrontarmi con questo genere di patologie. La prima reazione è stata la fuga e l’omissione. Sono stato pronto a giustificare tutto con mille altre cause. Si semplifica. Appunto, si parla ingenuamente di “chiummi” che opprimono l’anima e che passano senza bisogno di aiuto… basta distrarsi. Purtroppo, non è così.

Sono giuste le parole di Simona Vinci

“Le storie, come le raccontano gli adulti, non sono mai vere: c’è sempre una bugia, o forse un’ombra, un buco, un vuoto che i grandi riempiono o scacciano via, prima che per salvaguardare i bambini – come dicono, mentendo, di essere costretti a fare – per sé stessi; perché non vogliono vedere, perché hanno paura.”

In fin dei conti questo facciamo, non vogliamo vedere per paura.

Non è un libro facile, ma va letto per conoscere un po’ di storia e per prendere un bel pugno nello stomaco (che non sempre fa male) su temi di cui non si discute per pudore e ignoranza.

Le parole dei pazzi sono magiche. Le parole dei pazzi sono sempre false e sono la cosa più vera di tutte.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.