Felicità a lavoro… miraggio o realtà

Cosa ci rende felici sul lavoro? Perché i più fortunati di noi amano il proprio lavoro? Cosa ci aspettiamo veramente dal nostro posto di lavoro? Cosa ci porta ad alzarci dal letto e non dire come prime parole: “quanto m’abbutta travagghiare” (sempre per i continentali, quanto mi scoccia lavorare)?

Il punto è che la felicità è difficilmente definibile e può assumere così tante forme che è difficile descriverla. Si può essere felici e soddisfatti nei contesti più diversi e disparati, per motivi assurdi per alcuni di noi ma plausibilissimi per altri. Al contrario, la tristezza si può definire con più facilità, riconosciamo subito una persona triste quando la vediamo e riconosciamo subito quando ci attanaglia.

E’ evidente che l’infelicità è nociva per chi ci sta intorno tanto quanto i sentimenti negativi verso i colleghi o il fumo passivo. Una ricerca condotta a Stanford ha preso in esame alcuni soggetti, li ha osservati per otto anni e ha scoperto che circondarsi da persone tristi può condurre a condizioni di salute peggiori e a una vita più breve. Non so se è vero, ma certo vivere a fianco di persone tristi non “allarga il cuore”.

Credo che ogni manager debba porsi queste domande, soprattutto quando si trova a dover riorganizzare la propria azienda e a pensare al futuro dei propri collaboratori.

Basta un aumento per rendere felice le proprie persone?

Sì, la retribuzione e l’ambiente competitivo possono essere fattori importanti, ma la felicità dei dipendenti dipende da molto di più e da fattori quali il benessere e le condizioni sul luogo di lavoro. La flessibilità, l’armonia, la bassa conflittualità, lo spirito di collaborazione, la progressione della carriera e lo spirito di squadra sono ingredienti determinanti di un posto di lavoro soddisfacente.

Non si può negare che la felicità sul posto di lavoro, come nella vita, sia frutto delle abitudini e della visione che ciascuno di noi ha della propria esistenza. Gli psicologi dell’Università della California, impegnati in uno studio sulla felicità, hanno determinato che la genetica e le condizioni di vita hanno un impatto del cinquanta percento sulla felicità di una persona. Ciò non toglie che tocca a ciascuno di noi essere l’artefice del proprio benessere o creare le condizioni affinché le nostre persone siano felici.

E’ difficile essere felici, ma ci vuole poco ad essere infelici. Basta avere continue aspettative (“sarò felice quando avrò…”) o impegnare le proprie energie a inseguire le “cose”, assumere atteggiamenti di vittimismo o pessimismo,  isolarsi dai colleghi, lamentarsi continuamente o ingigantire i problemi, quando non nasconderli sotto il tappeto, nutrire sentimenti come l’invidia o la gelosia, non dire apertamente ciò che si pensa, non migliorare. Basta poco per rovinare la propria vita e avvelenare l’ambiente di lavoro, impedendo la crescita e la fiducia reciproca.

Mark Batey, docente di psicologia organizzativa presso la Manchester School of Business Alliance, ha scritto “”Questa è l’epoca umana del luogo di lavoro. I luoghi migliori per lavorare sono quelli in cui le persone possono prosperare e dare il loro meglio – invece di desiderare di essere qualcun altro o altrove per cinque giorni alla settimana. Il posto di lavoro perfetto offre anche alla gente flessibilità e autonomia, prosperando su una cultura orientata alla crescita e alla fiducia“.

Il vero punto è come creare le condizioni per la flessibilità e la fiducia.

Credo fermamente che un primo passo sia quello di responsabilizzare le persone, consentendo loro di fare esperienze diverse, investendo sui talenti, stimolando gli interessi e creando le condizioni per la crescita. Tutte queste cose, relativamente semplici nella grande azienda, come si coniugano nella piccola impresa? Come possiamo aiutare i nostri talenti a costruire carriere di successo in contesti piccoli e come possiamo creare le condizioni per farli diventare il talento necessario al futuro dell’azienda?

Di certo la flessibilità è fondamentale e necessaria ai dipendenti per gestire in modo ottimale l’equilibrio tra il proprio lavoro e la propria vita. Ma come coniugare flessibilità, sviluppo dei futuri leader e capacità di creare la squadra in contesti piccoli in cui il team è di una decina di persone?

Non ho le risposte a tutte queste cose, ma credo che l’unica strada sia avviare dei piccoli cambiamenti nei valori di un’organizzazione. Un posto di lavoro che sia capace di valorizzare l’empatia, come un tratto chiave della personalità, credo che crei una cultura di lavoro fantastica e permetta un ambito più ampio per lo sviluppo personale e professionale semplicemente perchè iniziamo a vedere gli altri e noi stessi (ossia li e ci vediamo come persone, come colleghi, il cui lavoro ha un valore ed è determinante per la vita dell’azienda).

Non so bene se riuscirò a declinare questi concetti nella mia azienda, ma credo che basti iniziare con dei piccoli segnali.

 

Questo post è stato pubblicato su EconomyUp. Leggi qui.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.