La Option B di Sheryl Sandberg

Not only do we learn more from failure than success, we learn more from bigger failures because we scrutinize them more closely. Long

Ho dedicato questi ultimi giorni a rileggere due libri della stessa autrice, apparentemente molto distanti. Il primo è “Lean In”, tradotto in italiano in “Facciamoci Avanti”, e l’altro è “Option B” di Sheryl Sandberg, numero due di Facebook. 

Li ho riletti perchè sono alla ricerca di nuovi paradigmi e stimoli per il mio lavoro e, nello stesso tempo, perchè ambedue dimostrano in modo chiaro ed evidente come qualsiasi lavoro fai (dal manager di altissimo livello fino all’operaio) è impensabile separare completamente la sfera privata da quella professionale.

Per chi non lo sapesse, “Lean In”, il cui titolo per esteso è “Lean in, Women, Work and the Will to Lead”, è stato considerato il manifesto femminista del 21° secolo e contiene spunti di riflessione sulla carriera e sulla capacità di trovare la sintesi tra lavoro e vita personale. Tali principi, quanto mai importanti per una donna che lavora, valgono anche per i “masculiddi” (maschietti, per i continentali).

Option B: Facing Adversity, Building Resilience, and Finding Joy” è invece stato scritto due anni dopo la prematura e improvvisa morte del marito. E’ un libro sull’amore, sul lutto e sulla resilienza, ossia sulla capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Non penso che la Sandberg sia una grande scrittrice e credo che a molto di ciò che scrive vada fatta la tara (parliamo di una donna che ha avuto ed ha possibilità economiche largamente superiori alla media), tuttavia è una donna molto intelligente, determinata e capace che si confronta con i problemi di ogni giorno (casa, figli, lavoro, baby sitter, automobili che si fermano, recite di bambini, colleghi ostili, lutti,…). Quello che dice ha molto, molto senso non solo per le donne.

Se messi a fianco, la sintesi potrebbe essere “Amunì, catamiatevi, ma vedete di pensare anche alla Option B” (ok, magari lei non l’avrebbe scritta così… ma forse non è ancora venuta in Sicilia!).

Se da una parte, in “Lean In”, Sheryl Sandberg scrive in modo motivante e talora aggressivo (nel puro stile americano):

Non penso più che esista un professionista dal lunedì al venerdì, e una persona vera per il resto del tempo. Probabilmente questa separazione non è mai esistita e, oggi che viviamo nell’era dell’espressione individuale, aggiornando di continuo il nostro stato su Facebook e twittando ogni minima mossa, ha ancora meno senso. Anziché indossare una falsa “personalità tutta-e-solo-lavoro”, penso che ci farebbe bene esprimere la nostra verità, parlare di situazioni personali e riconoscere che, spesso, le decisioni professionali sono dettate dalle emozioni.

Soffermandosi su definizioni di leadership a cui non siamo abituati, quali “la vera leadership nasce da un’individualità espressa onestamente e, talvolta, in modo imperfetto. Tutti ritengono che i leader dovrebbero privilegiare l’autenticità anche a scapito della perfezione.

Ed introducendo concetti che spesso sono di difficile accettazione in azienda, del tipo:

“Fatto è meglio che perfetto: la ricerca della perfezione porta alla frustrazione nel migliore dei casi, e alla paralisi nel peggiore.”

“Abbracciate il caos. Sarà complicato, ma gioite delle complicazioni. Sarà del tutto diverso da come pensate, ma le sorprese vi faranno bene.

“Alzare la mano e dire “Non si può fare” è garanzia che non si farà mai.”

Quando però, a seguito della morte del marito, Sheryl deve accettare che non tutto è controllabile (indipendentemente da quanto sei bravo) che la Option A (ossia riavere suo marito) non è disponibile, allora comprende ancora di più che la vita non è mai perfetta e che tutti viviamo una qualche forma di Option B (testualmente “Option A is not available. so let’s just kick the shit out of Option B”).

Non saprei quante frasi riportare da questo libro (sarebbero molte) che credo sia un vero manifesto della resilienza.  Mi piace molto l’idea che tutte le persone che hanno vissuto un lutto (inteso in senso quanto mai ampio, ossia perdita di una persona cara, ma anche fine di una relazione o di un rapporto di lavoro, quando tutto crolla), avrebbero in comune il “falso mito delle tre P”:

  • il lutto è personale: l’idea di essere in qualche modo responsabili per quello che è successo (c’è sempre qualcosa che abbiamo o non abbiamo fatto che si sarebbe potuto fare o non fare diversamente e che avrebbe cambiato le cose);
  • il lutto è pervasivo: la convinzione che l’angoscia e la tristezza del lutto contagerà qualsiasi spazio e momento della tua esistenza (la pervasività è la sensazione più opprimente perchè non lascia spazio alla speranza);
  • il lutto è permanente: la sensazione che le cose non andranno mai meglio (un di cui della pervasività, la permanenza nel dolore).

La nostra capacità di gestire queste tre P segna il confine tra la depressione e la capacità di guardare avanti.

E’ difficile da credere in quei momenti, ma “Each one of us is more than the worst thing we’ve ever done.”, ossia ciascuno di noi è molto di più delle cose peggiori che abbiamo fatto.

Nella vita personale, come in quella professionale, “un’esperienza traumatica è un sisma che scuote nel profondo il nostro mondo, mettendoci di fronte alla consapevolezza che la vita non è sempre controllabile, prevedibile e sensata”. 

E’ allora che “Every new beginning comes from some other beginning’s end”, ossia ogni nuovo inizio scaturisce dalla fine di altri inizi.

Siamo chiamati a fare le scelte migliori possibili, e accettarle. Ogni cosa che facciamo (personale o professionale) richiede un sacrificio. Tutto sta nell’evitare i sacrifici inutili, più che mai in questi momenti.

Ma Sheryl Sandberg scrive anche che “questo è particolarmente difficile perché la nostra cultura del lavoro dà molto valore alla dedizione totale . Temiamo che menzionare altre priorità ci faccia perdere valore come lavoratrici.”

Non fare sacrifici inutili equivale anche a “non cercare di accontentare ogni richiesta che ci viene fatta. Il miglior modo per lasciare spazio sia alla vita che alla carriera è fare deliberatamente delle scelte: porre dei limiti e rispettarli.

Vi invito a confrontarvi con questi due libri, perchè di confronto si tratta, e preparate la vostra Option B.

“Avere tutto” è da vedersi come un mito e, come molti miti, può comunicare un utile ammonimento. Pensate a Icaro, che si librò a grandi altezze con le ali preconfezionate con le sue mani. Il padre lo aveva avvertito di non volare troppo vicino al sole, ma Icaro ignorò il consiglio. Volò ancora più in alto, le ali si sciolsero e precipitò a terra. Il perseguimento di una vita sia professionale che privata è un obiettivo nobile e raggiungibile, ma fino ad un certo punto. Le donne dovrebbero imparare da Icaro a puntare al cielo, ma tenendo presente che tutte noi abbiamo dei limiti oggettivi.”

N.B. Questo post è stato pubblicato in anteprima su EconomyUP. Leggi qui

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.