Silenzi, sguardi e propositi per il nuovo anno

E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.”
Tiziano Terzani

Questo post è dedicato a chi sa che, in silenzio,
lo sguardo alle volte può farsi carne, unire due persone più di un abbraccio.

Allora, finalmente siamo arrivati all’ultimo post dell’anno.

Speravate che mi fossi levato dai “cabbasisi”, ma ho deciso di “allietarvi” con un’ultima riflessione, che voglio dedicare al silenzio. Il silenzio, gli sguardi, la capacità di comunicare senza parole sono nel DNA dei siciliani.

Il mio silenzio viene da mio padre, che me l’ha insegnato, sin da piccolo, tutte le volte che guardava, parlando con uno sguardo e un mezzo sorriso. Il suo silenzio non era necessariamente di condanna o di giudizio, poteva essere anche di “babbìo” (dallo scherzo allo scherno), di compiacimento o di apprezzamento.

Mio padre mi ha insegnato che spesso “a megghiu parola è chidda ca ‘un si dici” (ossia “la miglior parola è quella che non si dice”, alcune volte è più opportuno non proferir parola).

La “megghiu parola” poteva anche essere un “bravo” o un “sono fiero di te”. Mio padre credo che, in alcuni casi, sia stato fiero di me o di mia sorella, ma non era incline alla lode e alle parole di elogio. Tutto sommato noi stavamo solo facendo il nostro dovere, nè più nè meno, come lui faceva il suo lavorando e garantendoci la serenità.

Non posso dire che mio padre fosse una persona rigida o incapace di esprimere le sue emozioni, anzi. Spesso cercava (soprattutto da mia sorella) manifestazioni di affetto e vicinanza (cosa non frequente nella mia famiglia).
Penso però che, come molti genitori, abbia dovuto sovrapporre ciò che avrebbe voluto che fossero i suoi figli a quello che i suoi figli hanno poi scelto e sono stati in realtà. Le due immagini non potevano sempre coincidere e questo inevitabilmente produceva dei problemi o delle incomprensioni. Molte di queste incomprensioni sfociavano spesso nel silenzio, ma quello era più mutismo e “alzare muri”. Purtroppo, ho imparato molto bene anche questo.

Di sicuro, i suoi silenzi mi hanno insegnato il rigore, l’inflessibilità, l’onestà, ma  mi hanno anche insegnato quanto un silenzio autentico, guardando negli occhi, possa comunicare, quanto amore ci possa essere dietro, quante parole si possano dire senza nessuna voce, quanti abbracci e quanto calore ci possa essere dietro uno sguardo non accompagnato da suoni o altre manifestazioni.

Diceva Charlie Chaplin che il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare, ma soprattutto è l’unico che non può essere comprato. Al silenzio bisogna abituarsi e capirne lo spessore, il suono, il senso e il gusto non è cosa semplice.
Il silenzio si rivela solo a chi lo cerca.

In questo silenzio, a cui ultimamente sto lasciando sempre più spazio, ho iniziato a sacrificare la dannosa  “sindrome da primo della classe”. Sto iniziando a sacrificare lo spirito di competizione e di emergere per forza al massimo. Con il 2016, qualcosa si è concluso, sto imparando a lasciare andare. Oggi, il silenzio mi porta a confrontarmi con una specie di disperazione che mi spinge a mordere la vita, a voler conquistare il mio posto nel mondo senza fingere che mi vada bene un posto qualsiasi o una situazione qualsiasi.

Non so come mi starai guardando in silenzio adesso, ma so che a questo punto il tuo sguardo sarebbe carico di significato. Ho iniziato a guardare il mondo e le persone a cui tengo con la stessa carica, papà.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.