Scrivere e uccidere l’amore

Più volte ho mi sono chiesto perchè mi fossi impelagato in questo blog. Vi ricordate il Ma cu mu fici fari (traduzione: domanda esistenziale che ogni siciliano rivolge a tutte le divinità conosciute, ma, prevalentemente, che viene rivolta a quella cornutissima tra tutte che lo ha indotto a prendere decisioni o compiere azioni di cui in certi momenti prova rimpanto. In taluni casi, l’intercalare prevede anche l’affermazione “benemerita minchiata” qualora l’azione indotta dalla suddetta divinità sia stata infausta)?
Esatto. Perchè? Soprattutto ora che questo blog ha preso questa piega inaspettata.

Sfogliando dei libri, ho riletto delle pagine di Efraim Medina Reyes, uno scrittore colombiano, L’unica cosa sua che ho letto è “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” che poi, credo sia il suo romanzo più noto.
Non è un tipo facile (certe volte a leggerlo sembra di vederlo ubriaco come una scimmia!).

Efraim Medina Reyes è un soggetto un po’ eccentrico, rabbioso, disordinato. Gli piacciono i Sex Pistols, i Nirvana, Bukowski e roba del genere. Scrive frasi del tipo “Ho il cuore acuminato come le schegge di un’esplosione” e cose analoghe. Detesta (assai) Gabriel García Márquez e Fernando Botero, per i quali ha parole di apprezzamento stile: “Quella gente mi ricorda i lampioni della strada in cui sono nato. Erano bruciati da secoli e nessuno si preoccupava di aggiustarli, dopotutto quando ancora funzionavano non servivano a un cazzo.”

Però in questo libro c’è un passaggio sulla scrittura, sul perché uno scrive (non parlo di scrittori famosi, parlo del semplice scrivere per sè stessi). E’ un pezzo strano, sopra le righe, ma a me piace e credo sintetizzi molto bene i veri perchè.

Uno si mette a scrivere perché non è stato capace di picchiare un autista che l’ha reso ridicolo, perché non ha fracassato i piatti in un ristorante, perché non ha affrontato un poliziotto fuori di testa che insultava la sua ragazza, perché non ha detto a sua madre quanto l’amava e la detestava, perché non ha sputato in faccia a un professore che diceva che la terra è rotonda, perché si è fatto fregare il posto nella fila per il cinema, perché non ha arte né parte, perché pensa che è un modo facile di diventare famoso e fare i soldi, perché se lo fanno buffoni come García Márquez e Mutis può farlo anche lui, perché con i numeri non ci sa fare, perché non vuole fare il medico né l’avvocato, perché è incazzato, perché odia la gente e vuole insultarla.

Uno si mette a scrivere perché una ragazza carina gli ha detto che le piacevano gli scrittori, perché ha bisogno di un alibi per non lavorare, perché lo fa sentire superiore, perché ha letto un paio di romanzi sul Far West e vuole entrare in concorrenza, perché è un cowboy senza cavallo, perché lo fanno scribacchini come Vargas Llosa, perché non ha voce, perché non ha senso del ritmo, perché è stufo di farsi seghe, perché vuole portarsi a letto una donna ma non c’è verso, perché pensa di avere qualcosa da dire, perché scopre che le ragazze carine dicono che gli scrittori sono teneri ma poi escono con i mafiosi, perché non gli lasciano mettere le mani addosso alle reginette di bellezza, perché è magro come un chiodo e non c’è niente da fare, perché ha paura di morire senza essersi scopato una ragazza carina, perché se uno stronzo ipocrita come Vargas Llosa scrive può farlo chiunque, perché sa che col cinema perde il suo tempo, perché invidia quelle bertucce che appaiono in tivù e guadagnano milioni, perché in mancanza di meglio vuole essere come Bukowski.

Uno si mette a scrivere perché non sa tirare di boxe e non ha fegato, perché ha i denti storti e non può sorridere come vorrebbe, perché per gli impotenti di ogni sorta non c’è altra strada, perché tutti i brutti sono scrittori o assassini e lui non è capace di far del male a una mosca, perché scrivere lo fa sentire importante, perché per essere chiamati scrittori non c’è bisogno di scrivere bene e per essere chiamati figli di puttana fa lo stesso se si ha una madre che è una santa, perché ha paura di andare alla deriva senza far nulla, perché non può bere ogni sera, perché ama Dio ma odia le associazioni senza fini di lucro, perché non ha una ragazza, perché non ci sono emozioni ma insulti, perché a casa sua non c’è la televisione e la radio si è rotta, perché la moglie del vicino è un bonbon, perché ha paura di restare calvo e per questo evita gli specchi.
Uno si mette a scrivere perché non osa rapinare un supermercato, perché ama una donna e lei è la fidanzata del gallo del quartiere, perché non ci sono abbastanza riviste porno, perché vuole poter fare qualcos’altro oltre a cagare e masturbarsi, perché non è il gallo del quartiere e non è neppure il più forte o il più spiritoso, perché non è niente di niente, perché non vale un cazzo, perché se esce di casa lo fanno a pezzi, perché sua madre urla tutto il tempo, perché non ci sono illusioni né luce alla fine del tunnel, perché la sua mente vola basso e non sarà mai un altro Cioran, perché non ha il coraggio di saltare, perché non vuole la moglie brutta che si merita, perché ha paura di morire senza avere assaggiato un bel culetto, perché non ha padre né amici né fortuna, perché non sa sputare come Clint Eastwood, perché rimane impantanato tra un’intenzione e l’altra, perché c’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo.

Il bello è che scrivere non serve a nulla di ciò che uno vuole. Scrivere è un limite, un dolore, un difetto in più. Il bello è che dopo averlo fatto stai malissimo. Niente è cambiato, tutto rimane al suo posto (tranne i tuoi fottuti capelli), Pelé non torna in campo. Il brutto è che scrivi e Pambelé va al tappeto steso da un gringo, un gringo maledetto che è stato dentro per avere picchiato sua madre. Il brutto è che Pambelé non è la madre del gringo e – per quanto tu scriva – rimane al tappeto. Il bello è che scrivi e continui a sognare la moglie del vicino, sogni di afferrarla per le orecchie e darle una bella ripassata. Il brutto è che scrivere non ti guarisce dagli impulsi assassini, che rapinare un supermercato rimane il tuo obiettivo impossibile. Il brutto è che desideri ancora un amore indimenticabile. Il bello è che scrivere è un altro modo di cagare e masturbarsi. Il brutto è che leggi i grandi autori ma solo Bukowski ti rimane. Il brutto è che un giorno la ragazza carina viene a sapere che scrivi e lo stesso non si lascia scopare a morte. Il brutto è che scrivere serve a tutto quello che tu non vuoi.

Sorvoliamo sul linguaggio “di pancia”, ma forse è vero. Scrivere non serve a nulla, serve solo a tutto quello che tu non vuoi, eppure serve, esattamente come leggere, come scegliere gli autori e i libri contro cui inveire come fa Efraim Medina Reyes.

Ah, dimenticavo: mai avuto vicine bonbon.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.