Dolore, mal di testa e uno zaino

Tanti possono avere il mal di testa, ma ognuno ha le proprie ragioni per averlo. L’aspirina può togliere quel sintomo a tutti, ma ognuno resterà con la propria ragione del suo mal di testa. E quella ragione, prima o poi, troverà altri modi di esprimersi.” – Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, 2004

Nell’antica tradizione siciliana, i mal di testa recidivi erano sintomo di malocchio (in dialetto “l’occhiatura”).

Quando la medicina non aveva ancora raggiunto le tecniche e le conoscenze di oggi ed i pochi dottori erano considerati quasi alla stregua di maghi o santoni,  le cure erano basate su antichi rimedi frutto di credenze popolari. Sull’emicrania, visto che era figlia della cattiva sorte magari dovuta ad un’occhiata invidiosa, abbondavano le soluzioni (qualcuna l’ho anche sentita raccontare dalla mia nonna paterna).

Fortunatamente non sono superstizioso, altrimenti dovrei pensare che qualcuno mi “taliò” (traduzione: guardò) davvero male tanto tempo fa e “l’occhiatura” rimase marchiata a fuoco. La mia componente razionale mi impedisce di liquidare la cosa in questi termini (bene o male sarei sempre un ingegnere!).

Devo dire che per me il dolore alla testa (tralasciamo pure la diagnosi di cefalea a grappolo, che, non so perchè, a me ha fatto sempre ridere) è stato un compagno di viaggio, che ha scandito molti momenti (anche rovinandoli) e regola spesso le mie giornate.

Il dolore per una persona che soffre di cefalea è una condizione spesso inevitabile, che riesci a controllare con i farmaci, ma di cui non ti liberi mai in modo definitivo, perchè basta una luce, un odore (sì, proprio un odore intenso), una situazione di stress, un rumore ad attivarlo. Capirete che passare, ad esempio, dalle profumerie di un centro commerciale o di un aeroporto è una vera sfida!

Lo stile di vita che conduco, il lavoro, le paure, le ansie, gli errori commessi, le cose che non ho affrontato con me stesso, insomma lo zaino che mi porto sulle spalle, credo che siano alla base di questa condizione. Io la considero una condizione, perchè a meno di piccoli rimedi non sono mai riuscito a liberarmi davvero del dolore, con cui ho convissuto ormai per la maggior parte della vita. Parlando con amici che soffrono della stessa “condizione”, più o meno siamo tutti “cumminati” (o meglio ridotti) alla stessa maniera.

Stasera però sono in vena di “coglioniamento”, quindi voglio “babbiare” un po’ sulla cosa.
Da qualche tempo, infatti, ho iniziato a riflettere sul mio dolore.
Ho pensato che tutta la vita ci viene insegnato a rifuggire il dolore, a trovare il rimedio.
Chi non soffre di emicrania o cefalea, chi la ha avuta poche volte nella vita (mio padre era uno di questi), non riesce a comprendere come ci si possa alzare la mattina (magari dopo una nottata a letto con il tuo dolore) e lavorare, come si possa convivere con questa condizione. Questo perchè
 siamo culturalmente programmati per rimuovere tutte le situazioni che ci procurano disagio. Per tutto, vogliamo una pillola che rimuova la sofferenza, ma il dolore ha un valore (vabbè, magari non la cefalea, ma guardate la “big picture“!).

Ecco, negli ultimi giorni ho iniziato a fare il contrario. Ho deciso di andare incontro al mio dolore e con lui ho iniziato ad andare incontro a tutto ciò che mi infastidisce, a ciò che porto dentro e a cui ho deciso di rifuggire per non provare dolore. Ho deciso di iniziare a capire come funziona davvero, da dove viene il dolore.

Lo so, sembro un folle, non ho fumato nulla e so che sto confondendo dolore fisico e dolore emotivo.
Ma se ci pensate, appena smettiamo di fuggire al dolore e ci confrontiamo con esso, impariamo e ci evolviamo.

Ho capito che è come se progressivamente accumulassimo dentro di noi una sofferenza che fa da tappo alla nostra stessa crescita, al modo di vedere le cose.

Ripensando alla mia vita, ho capito che sono cresciuto solamente quando ho provato un dolore intenso: i cambiamenti improvvisi e inattesi, la perdita delle persone care, le scelte obbligate, le relazioni sbagliate, le difficoltà sul lavoro, tutto quello a cui decidiamo di resistere …

Il fatto è che non ci occupiamo mai del nostro dolore, prendiamo la pillola e speriamo che possa passare. Lo tappiamo, perchè nel mondo in cui viviamo il dolore non deve avere spazio. 

Il fatto è che la pillola che ci aiuterebbe a dissipare il dolore sarebbe l’accettazione di tutto quello che abbiamo deciso di mettere da parte per non soffrire e che tanto, prima o poi, (come dice Terzani) troverà altri modi per esprimersi.

PS: So bene che questo post potrebbe non essere attinente al tema del blog, ma, pensateci bene, anche le scelte professionali e le loro conseguenze sono una componente delle cose che mettiamo da parte per non soffrire.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.