Ricordi: un post tutto per me

Ho finito di leggere il libro di Ota Pavel “La Morte dei Caprioli Belli”. L’ho comprato su suggerimento della mia libreria di fiducia (ps. grazie Fabrizio Piazza), è un libretto piccolo ma intenso che lascia vagare la testa tra i ricordi di un figlio.

Leggendolo, infatti, ho provato a ricordare quali sono i ricordi che ho di mio padre. Insomma, se qualcuno mi chiedesse di raccontare un ricordo, cosa racconterei? All’inizio è stato difficile, perchè trovavo solo frammenti, immagini, spezzoni, prevalentemente dell’ultimo periodo in cui stava male. Possibile che non ho un ricordo “intero” di mio padre?

Poi, piano piano, ho pensato a quante volte, da bambino, si dimenticava di me alla scuola elementare Niccolò Garzilli. Quante volte vedevo i miei compagni andar via, lasciando il marciapiede vuoto e me seduto sul portone in attesa, finchè dopo un’ora buona (se andava bene) appariva lui scusandosi, ma sorridendo, soddisfatto che il figlio seppur terrorizzato (e sicuramente “abbuttato“) in fondo cresceva e sapeva cavarsela senza piangere.

Ricordo la sua faccia sorpresa e compiaciuta la volta che, dopo l’ennesima attesa, decisi di raggiungerlo a piedi in ufficio. Non era un lungo tratto, ma non ero autorizzato a muovermi, ad attraversare la strada… Mi ero rotto le scatole (o meglio “abbuttato“) di attendere e finalmente avevo conquistato il primo livello di libertà: andare in giro per la città a piedi da solo. Ma soprattutto avevo smesso di attendere davanti al portone, di essere prelevato dai colleghi che gli facevano il favore di recuperarmi (perchè magari impegnato in qualche riunione che si protraeva) o (questa era la più bella) di ricevere un passaggio da un carro attrezzi dell’ACI116 che, guidato dal Sig. Blandino, passando davanti la scuola, mi vedeva e mi faceva salire nella cabina del camion (oggettivamente, questo era figo!).

Ricordo anche le corse in macchina la mattina con me e Giuliana (mia sorella) per tardare il meno possibile a scuola. Mio padre era un grande nottambulo, ma un pessimo mattiniero. Non so bene perchè ma ricordo quelle poche volte che venne al ricevimento dei genitori (soprattutto al liceo). La sua soddisfazione per i buoni voti nelle materie scientifiche e la delusione per un figlio degenere che non capiva (ma soprattutto non studiava) il latino e collezionava nello scritto voti tra il 3 e mezzo e il 4 meno meno (tengo a precisare che ho anche raggiunto sporadicamente il 6, ma solo perchè ho copiato!). Una cosa incomprensibile per lui che tanto amava la letteratura e le lettere classiche. Meno male che Giuliana ha frequentato il liceo classico, riportando un po’ d’ordine in famiglia.

Ricordo le lunghe discussioni in uno dei periodi più bui della nostra famiglia, quando tentava di spiegarmi cosa gli stesse succedendo e il perchè di certe cose, ma anche di cosa avesse veramente bisogno in quel momento.  Ripensandoci oggi, in molti momenti della vita io e mio padre abbiamo parlato. Spesso si sfogava con me. Pianse con me (ancora bambino) pochi giorni prima che suo padre morisse, quando pensava erroneamente di non poter gestire questo dolore.
Parlammo tanto nei periodi di maggiore difficoltà familiare e professionale (forse, avrebbe voluto parlare anche di più, ma io ero in un’età poco incline alla riflessione e all’ascolto). Abbiamo smesso per un  lungo periodo quando ho iniziato a staccarmi dalla mia famiglia per dare un indirizzo alla mia vita. Fu il momento in cui feci scelte che non condivise e, in alcuni casi, errori da cui mi aveva messo in guardia. Crescere però significa sbagliare da soli, ma questo concetto non è mai stato apprezzato dalla mia famiglia, dove la parola dei genitori ci si aspettava che fosse legge.
Furono periodi di lunghi silenzi, pieni di tristezza, freddezza, mezze parole e parole non dette, di rabbia per non poter esserci.

Mi sa che dei due alla fine l’estroverso fosse lui. Io ho dovuto imparare a parlare (e ancora non lo faccio spesso). Certamente, però entrambi apprezzavamo il silenzio.
Ricordo le lunghe chiaccherate con Roberto (uno dei suoi migliori amici) a Milano, davanti a un Glenmorangie, o quelle negli ultimi anni, quando il suo ultimo giro di giostra era già iniziato e oscillava tra la speranza di poter sopravvivere al cancro che lo logorava, la paura, la disperazione e la preoccupazione per doverci lasciare.

Ricordo i Natali in cui si offendeva se non riuscivamo a stare tutti insieme e quelli festeggiati nel mio appartamento ricavato dentro la casa di famiglia (che ormai non c’è più). Ricordo come fosse oggi quando gli comunicai la mia volontà di ristrutturare una parte della casa per abitare a fianco a lui. Era felice. Eravamo di nuovo insieme.

Il fatto è che mio padre aveva bisogno di sentire l’affetto e la presenza delle persone che amava. Seppur lo dimostro in modo molto diverso, credo di avere imparato da lui la capacità di apprezzare l’esserci per chi vuole che tu ci sia.

Ricordo le feste natalizie passate a Siracusa e quelle serate a casa dei miei nonni paterni, quando si incontrava con alcuni amici di infanzia a ricordare i periodi di fame e miseria durante la guerra. Ormai erano risate, ricordi piacevoli e incomprensibili per noi bambini, ma i traumi c’erano tutti.
Basti dire che mio padre desiderava un pranzo completo ogni giorno, da cui non doveva mancare quasi mai la carne. La carne a tavola era il simbolo del benessere conquistato, del riscatto di coloro che avevano conosciuto la fame e la tavola vuota, di ciò che solo i “ricchi” potevano permettersi e i “poveri” potevano avere raramente. Era il riscatto di coloro che avevano conosciuto i cappotti rivoltati, i pantaloni corti in inverno, le file per le razioni e i ricoveri durante i bombardamenti.

Ricordo le prime vacanze insieme (Roma, Perugia e Firenze) e come furono una specie di iniziazione all’arte, al bello, alla musica e al teatro. Certamente non fu l’unico momento in cui la mia famiglia mi ha insegnato ad apprezzare la cultura, ma quello fu uno dei momenti più significativi che mi ha reso ciò che sono. Poi ci furono le vacanze con tutta la famiglia e con gli amici. Belle, divertenti ma non eravamo più noi due da soli. Ricordo benissimo Corciano, Assisi, Perugia, la mia prima volta agli Uffizi… Posti in cui tornammo insieme (per una Pasqua tra le più fredde della mia vita) a cui sono sempre rimasto affezionato e in cui c’è un pezzo della mia vita.

Ricordo il suo volto terreo quando succedeva qualcosa che lo turbava, quando bruciarono la sua macchina (una Lancia Beta che non dimenticheremo mai), quando ebbe un brutto incidente in piena notte tornando dall’ufficio, quando tornò a casa dopo la morte del Giudice Borsellino ed entrò nella mia stanza per scusarsi di farmi vivere in un posto del genere. Era l’epilogo, dopo ciò che avevamo vissuto negli anni 80.

Ricordo le lunghe discussioni e le preoccupazioni che aveva per alcune scelte di mia sorella. Preoccupazioni talora fondate, ma alle volte legate al fatto che le scelte non rientravano nei suoi schemi (convizioni o fissazioni cambia poco).

Ah, come dimenticare le lezioni da autodidatta al pianoforte (un tormento, vi assicuro) e la volta che a noi bambini fece dipingere un vaso, mentre mia mamma era via. E’ stata la cosa più estrema e sporca che abbiamo potuto fare da bambini. Sarà per questo che uno dei primi regali che ho fatto alla mia nipotina sono stati dei timbrini colorati ad altissimo rischio di danni a pareti e abiti.

Insomma, se ci penso con calma, ho tanti ricordi dei miei cari che oggi non ci sono più.
Magari ho dimenticato qualcosa, ma ora mi sento meglio… ricordo ancora, ma non posso non chiedermi cosa direbbe mio padre oggi di me, di cosa sono e di che genere di uomo sono diventato, degli errori commessi (tanti) e delle decisioni prese.

P.S.: capite perchè gli aerei non dovrebbero mai ritardare di tante ore… la gente si mette a pensare e non parla di startup.

 

 

 

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.