Londoners: la distanza tra la politica e la realtà

C’è da morire a leggere o ascoltare i telegiornali su questa storia della #Brexit: dalla preoccupazione delle scuole di inglese che perderanno i clienti, allo scontro sul voto parlamentare, all’aumento delle richieste di cittadinanza agli stati Europei da parte di cittadini inglesi, a quanto UK dovrà stanziare per mettere a posto i conti aperti con l’EU, al crollo delle vendite di case ad Hampstead, al fatto che Tesco ha smesso di vendere la Marmite a causa della Brexit (questa effettivamente non è una grossa perdita se avete mai assaggiato la Marmite).

Lo so ne ho già parlato più volte, ma credo che per l’intero ecosistema europeo cosa stia accadendo a Londra non sia un aspetto secondario, visto che da questa città passano tanti soldi di investitori, venture capitalist e business angels, oggi quanto mai in fibrillazione.

Ma più ci penso alla Brexit, più mi pare impossibile che Londra possa davvero diventare la città che vorrebbe questo Governo e una parte di questo paese.

So che non sta bene, ma io adoro guardare la gente in metro. Basta guardare dentro una carrozza per vedere che la maggior parte delle persone sono straniere, che si parla una babele di lingue, che ci sono decine di tratti somatici diversi. Certo molti sono di passaggio, studenti o turisti, ma molti altri seppur non possono chiamarsi “Brits”, chiamano sè stessi da anni ‘Londoners’. 

Essere ‘Londoners’ è sinonimo di vita vissuta nell’unico vero melting pot europeo, a ritmi, con regole e interazioni tutte sue.

Allora ho provato a cercare un po’ di dati. Secondo l’ultimo censimento, a Londra un terzo dei suoi residenti è nato all’estero (senza contare gli illegali e i clandestini). Un quarto dei ‘Londoners’ non sono nemmeno cittadini inglesi. Tre milioni non hanno l’Inglese come madrelingua. Da una statistica effettuata sulle chiamate di emergenza, sono state contate ben 150 lingue diverse. La metà degli stranieri censiti in UK vive a Londra.

Come si può seriamente credere che tra due anni, tutte queste persone dovranno richiedere una Visa per rimanere nel posto che hanno chiamato casa per anni, nella città che li ha accolti, con la quale hanno combattuto e che adorano e odiano allo stesso tempo, che li sfinisce ma il coccola con i suoi silenzi e la sua tranquillità?

Huffington Post ha pubblicato un video in cui è stata rappresentata la vita di una famiglia “purosangue” senza gli stranieri… Beh, Londra non può vivere senza i suoi stranieri e soprattutto non può prosperare senza. Quindi, aldilà della mossa elettorale e di una diffusa ignoranza, che senso ha promettere ciò che non potrà essere ottenuto o invocare le liste di dipendenti stranieri per le aziende? Lasciando da parte lo sforzo burocratico, queste liste servono solo a distinguere le aziende “cattive” che assumono stranieri (creando peraltro quegli ambienti multiculturali che tanto contribuiscono alla crescita delle persone) da quelle “buone” composte da Inglesi “puri”.

Nel buono stile italico (mi sa che stiamo esportando a Westminster parecchie tecniche di comunicazione italiane), Theresa May si è premurata di dire che tutti nel mondo abbiamo capito male (o meglio “misunderstanding” ci fu), ma il punto discriminatorio rimane (anche se poi tramutato in conteggio degli stranieri per individuare i gap nelle competenze degli inglesi – lascio a voi ogni commento – ).

In questi giorni in cui il governo ha gettato la maschera, abbiamo capito che il referendum non era sull’EU e sulla sovranità nazionale, il referendum era sull’immigrazione, punto e basta. Come se tanti piccoli Salvini si fossero installati a Westminster.  Che poi questo possa costare caro alla nazione, alla sua stabilità e persino alla sua unità, interessa poco ad un Governo a caccia di voti.

Sono convinto che ormai, il movimento delle persone, dei cervelli, delle idee non è più arrestabile o arginabile per decreto, a meno di voler essere tagliati fuori dal mondo.

Londra non può rinunciare ai suoi stranieri, perchè senza di essi non sarebbe Londra, non sarebbe quella fucina di professioni, idee, crescita, arte, cultura, innovazione che è oggi, ma soprattutto non avrebbe messo tanta distanza tra sé, il resto del Regno Unito e dell’Europa.

La stabilità e la certezza che queste cose non possano cambiare sono fondamentali per la tenuta dell’economia di Londra, per il suo ecosistema dell’innovazione, per le startup che ci sono e che ci saranno. La stabilità porta fiducia nel futuro e volontà di continuare ad investire. Ecco perchè finalmente le aziende stanno iniziando a fare pressione sul Governo. Basti pensare che Londra da sola è cresciuta dell’11% quest’anno con un incremento di circa £1bn, mentre ogni altra area dell’Inghilterra vede segni negativi. Secondo Deloitte, la sola Regent Street sviluppa circa £64 milioni all’anno.

Dietro questi numeri sta la sempre più insistente volontà del sindaco di chiedere una sorta di “devolution” della città dal resto del Regno Unito. Maggiore autonomia sulle tasse e maggiori poteri per rendere Londra una sorta di territorio in deroga all’”Hard Brexit”. Non so se l’otterrà, ma in questo delirio, Sadiq Kahn è un punto di riferimento per equilibrio e coerenza per i ‘Londoners’ e una grossa fetta del Paese.

Insomma, purtroppo devo dire che se il Governo non riuscirà a garantire l’accesso al mercato unico sembra proprio che metterà a rischio il futuro economico e la prosperità di una delle più forti economie de’Europa. Insomma, rischiamo di assistere al più grande suicidio di massa mosso da razzismo e presunzione. Una lezione per quello che sta accedendo in Europa, ma che pochi sembrano voler imparare.

Noi intanto (nel nostro piccolo) iniziamo a pensare alla Exit Strategy?

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.