Etica e sicilianità: fieri di essere siciliani?

Da un po’ di tempo non scrivevo di Sicilia, non perchè mancasse la materia prima (aprire i giornali o leggere certi commenti sui social darebbe materia per un post al giorno).

Alcuni eventi di questi giorni mi hanno fatto “riscoprire” quanto difficile possa essere rimanere sempre fieri di essere siciliani. Sono due episodi scollegati fra loro, senza dubbio, ma credo diano un’idea dell’aria che respiriamo.

Primo episodio

Supponiamo che alcuni anni fa un’importante amministrazione pubblichi un bando “a titolo gratuito” per la gestione di un blog e dei relativi canali social (ricorda un po’ la nostra ministra Lorenzin con il “#FertilityDay”). Probabilmente il bando viene scritto alla meno peggio, senza le necessarie tutele, tanto è una cosa per ragazzini e di scarsa rilevanza.

Supponiamo quindi che questo cliente sia piuttosto sprovveduto e non “blindi” il contratto. Supponiamo che dopo alcuni anni, il contratto giunga a scadenza e, nonostante gli ottimi risultati, cliente decida di interrompere il rapporto con chi ha vinto la gara, forse perchè finalmente si rende conto che l’immagine digitale è importante o perchè la gestione è cambiata o perchè magari la cosa non era stata fatta a regola d’arte… insomma si cambia. Supponiamo, però, che in assenza delle previste tutele, il fornitore decida (più o meno legittimamente) di tenersi sia il blog che i canali social a cui le persone si sono iscritte convinte in tutto e per tutto di parlare con l’importante amministrazione dello Stato.
Supponiamo che tutto ciò sia davvero accaduto (magari proprio in Sicilia) e che si sia scatenato un bel dibattito sui social per capire se il fornitore abbia fatto bene o male (potete leggere qualcosa su Rosalio, sullo stesso blog YouUnipa e su altre testate). Ovviamente, non mi permetto di affrontare le beghe legali. Sono certo che il fornitore abbia agito in linea con il contratto che ha sottoscritto, ma mi chiedo come l’importante amministrazione, che dovrebbe essere il vivaio delle menti cittadine, abbia potuto commettere un errore del genere.

Inoltre, credo ci sia un aspetto di opportunità e di etica professionale (un interessante precedente). Quanto è corretto eticamente tenersi account che a partire dal nome riconducono palesemente al brand? Quanto è giusto nel mondo digitale “tenersi” oggetti che sono evidentemente riconducibili ad un nome che fa capo ad un soggetto pubblico (ergo della collettività), seppur nel rispetto dei contratti stipulati? Insomma gli oggetti digitali sono di chi li amministra o di chi ci mette nome e brand? Credo sia un punto che andrebbe approfondito!

Aggiungo che molte voci locali “di settore” non pensano che questo criterio di opportunità possa applicarsi al digitale, come se i canali social o i blog in cui è stato messo il tuo logo e soprattutto a cui le persone hanno aderito convinte di parlare con il brand, non fossero proprietà del brand stesso. In poche parole, per molti siciliani che lavorano come social media manager, se non ti tuteli adeguatamente in sede contrattuale è come se lasciassi la macchina in moto con le chiavi appese. Sei un “fissa” (traduzione per i continentali, fesso) se qualcuno sale e te la porta via, quindi è giusto che tu la paghi (cit.). Lascio a voi le conclusioni.

Non sono un legale, non ne capisco nulla, anzi forse la legge dà proprio ragione al fornitore, ma il buon senso e l’etica non sempre si applicano alla legge. Posso solo dire come ho scelto di far comportare la mia azienda.
Contratto o no, se io chiudo un rapporto con chiunque, restituisco tutto, in molti casi la mia azienda ha adottato la linea di rilasciare anche i sorgenti dei software che realizziamo (senza extra costi). Questo ho insegnato ai miei colleghi. I clienti stanno con noi, lavorano con noi, ci scelgono se lo vogliono, mai perchè ostaggio di una password, di un contratto o di un software.

Secondo episodio

Supponiamo che una start-up carina e innovativa venga premiata. Supponiamo che questo premio sia assegnato direttamente dalla Presidenza della Repubblica, quindi mica il premio alla saga del mandarino di Ciaculli (con rispetto parlando). Supponiamo che un tizio pubblichi la notizia su feisbuk e che, come ovvio che sia, inizino i complimenti, venga risvegliato un po’ di orgoglio siciliano e si gioisca per una nuova realtà che sta emergendo. Certo, magari c’è ancora strada da fare (altrimenti non sarebbe una start-up), ma, cavolo, dei ragazzi giovani dal profondo Sud (con tutte le sfighe che ha) hanno creato qualcosa che funziona o potrebbe funzionare non solo in Italia.
Eppure c’è qualcuno che riesce a trovare come gettare fango, lo stesso fango che è stato usato ad arte da noi siciliani in molte occasioni, per screditare ed isolare. Non parliamo di “haters” qualsiasi, parliamo di gente del settore, che sa bene come funziona. 
Parliamo di un siciliano, un pseudo “cervello-in-fuga” che, approdato a Londra, ritiene di considerare tutto ciò che proviene dall’Italia in generale e dalla Sicilia in particolare tra spazzatura e mafia distillata.

Il fatto è che ci sono alcuni siciliani (ne conosco tanti) che appena varcano il confine diventano degli insopportabili e saccenti aggressori delle proprie radici e dei propri connazionali. L’atteggiamento è fastidioso, anche se talora le argomentazioni possano anche essere giuste. Tutti conosciamo i mali dell’Italia e della Sicilia, ma comportarsi da razzisti verso i propri compatrioti è incomprensibile.

Il siciliano (ma forse l’italiano) all’estero (in particolare in UK):

  1. spesso non fa altro che parlare male, in modo altezzoso e sdegnoso dei propri concittadini, che hanno deciso di restare, come se fossero dei poveri sfigati senza futuro, perchè ci vogliono palle a prendere e partire (cosa vera, ma non va sbattuta in faccia, e forse ci vogliono più palle a restare e combattere ogni giorno);
  2. spesso parla male anche del paese che lo ospita, perchè alla fine, in fondo in fondo, la Sicilia è meglio;
  3. talora cerca nuovi modi per fregare gli italiani che arrivano, adottando, a modo suo, lo stile esigente e preciso degli inglesi (tradotto, tu devi essere preciso con lui, lui può rimanere italiano).

Insomma, altro che “cervelli in fuga”. Abbiamo esportato degli ignoranti saccenti, il cui cervello è fuggito da tempo.

Morale: se vi trasferite all’estero o anche se non lo fate, state attenti a questa categoria di compatriori. Siate delle persone nuove e accoglieti senza pregiudizi verso le idee nuove, le nuove opportunità per voi e per i vostri concittadini. Non è atteggiamento mafioso gioire o sostenere un’impresa più giovane. Gli inglesi la chiamano “mentorship” o “stewardship“, ossia un comportamenti etici atti a sostenere chi ha bisogno, a restituire alla collettività quello che si è ricevuto, a fare in modo che “as a steward, you try to leave the society, the environment, your company in better shape for your successor than it was handed over to you by your predecessor.

Temo che abbiamo ancora tanta strada da fare, ma io continuo ad essere fiero di essere siciliano, nonostante tutto.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.