La resilienza e l’impresa di ogni giorno

In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.” (Wikipedia)

Si parla di persone “resilienti” per riferirsi a coloro i quali, immersi in circostanze avverse e fortemente stressanti, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, se non a trarne dei benefici. La resilienza è quindi il punto di partenza per il cambiamento e per dare slancio alla propria vita fino a raggiungere mete importanti. Senza resilienza non ci può essere attività di impresa.

Certe volte penso che un’azienda sia sostanzialmente come un essere umano, come un corpo umano, che progressivamente (dopo la fase iniziale di curiosità ed entusiasmo) accumula tossine. Ma mano che l’azienda “invecchia”, vive, si confronta con i propri successi e le proprie debolezze, emergono problemi o circostanze percepite come tali (magari differenze di vedute tra chi gestisce e chi esegue), le persone interagiscono, vivono insieme, evolvono e con loro cambiano le priorità, il modo in cui affrontano la vita, emergono le preoccupazioni della vita di ogni giorno. In una parola, “tossine”.

E’ allora giusto lasciare andare i “curtigghi” (o come dite nel Continente: gossip) sui problemi quotidiani dell’azienda a porte chiuse (magari lasciando aggravare i problemi) o è meglio fare in modo che questi problemi (o ciò che viene percepito come tale) vengano affrontati in modo trasparente? (Lo so, la domanda ha già in sé la risposta, ma era troppo bello farla!).

La prima volta che ho sentito il termine “resilienza” studiavo metallurgia. E’ la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate ed è l’esatto contrario della fragilità. L’idea di avviare un trattamento “detox” in azienda, affrontando pubblicamente quello che gli inglesi indicano con l’acronimo FUD — fear, uncertainty and doubt, ossia paura, incertezza e dubbio —  certamente rende nervosi, ma è un’abilità che va sviluppata come le altre e che aumenta la resilienza del gruppo. Questo credo valga tanto per le aziende “anziane” quanto per le startup.

Mettere, in maniera trasparente, ciascuno di noi di fronte alle proprie paure ed incertezze, seppur può apparire crudele, ci mette in condizioni di prendere decisioni migliori. Credo che questa cultura della trasparenza ci possa incoraggiare a diventare ancora più fedeli e capaci, perchè contribuisce alla costruzione della fiducia, non nascondendo le questioni spinose sotto il tappeto. Questo credo che sia la base di un team che possa essere resiliente in tempi difficili (che certamente arriveranno).

Il punto è capire quanto si può essere resilienti e quando ci si avvicina pericolosamente al punto di rottura. Per rimanere in tema di metallurgia e studio dei materiali, quando si costruisce qualcosa, i componenti vengono sottoposti a test per determinare la loro soglia di resistenza. Ogni materiale, sebbene resistente, ha sempre però un suo punto di debolezza, un punto debole e preciso che, se colpito, provoca l’immediata rottura anche in condizioni di sollecitazioni ben inferiori a quelle previste. Le persone funzioniamo esattamente allo stesso modo.

Anche senza sottoporre le persone a test di resilienza, molti di noi sono capaci di incassare e fronteggiare situazioni complesse senza apparenti cedimenti. Molti di noi affrontiamo la vita con un buon equilibrio emotivo, resistendo anche a colpi bassi e imprevisti, persino da persone o in circostanze imprevedibili. Ma tutti abbiamo un angolo fragile, un punto preciso di debolezza che, seppur tenuto ben nascosto, appena toccato ci manda in frantumi. Riuscire a sopravvivere ad un evento che tocca il nostro punto di debolezza, ci permette di comprendere, come poche altre cose, cosa sia, esattamente, importante nella vita.

Non so se è corretto, ma ho trovato che “resilienza” deriva dalla parola latina “resalio”, che fa riferimento al gesto di risalire su un’imbarcazione capovolta dalla forza del mare, quindi l’atteggiamento di andare avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà. Ecco mi piace pensare che noi, le nostre vite, le nostre aziende, i nostri gruppi di lavoro devono affrontare un mare che talvolta capovolge le nostre imbarcazioni, ma, alle volte, non sempre, siamo in grado di risalire e continuare a navigare.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.