London’s Burning

E’ passata poco più di una settimana da quel venerdì mattina in cui ci siamo svegliati in una nazione diversa e “London’s burning” (cioè, Londra brucia).

Credo di avere letto tomi di parole, visto decine di video di ogni genere, ascoltato pareri di esperti, di meno esperti, di persone che non sanno nulla del Regno Unito ma che sono diventati economisti e politologi da nobel perchè hanno fatto un weekend a Londra.
In Italia, poi, mi sono intontito con opinionisti, giornalisti, politici (alcuni dei quali confondono Londra con Dublino…) e roba del genere.

Voglio lasciare da parte le considerazioni di natura strettamente economica (l’analisi più precisa l’ha fatta un mio amico, qui) e politica (basta digitare Brexit su Google per trovare l’impossibile), per soffermarmi su come mi sento. Non come imprenditore, ma come cittadino italiano, libero di operare su un mercato libero e aperto, che ha scelto di vivere in una città multi-culturale e multi-etnica fino a Mercoledì 22 Giugno.

Non posso dire di avere assistito ad episodi di razzismo come quelli che hanno riempito le cronache di questi giorni (vivo in un quartiere che ha votato “Remain” al 75%), ma dalla mattina del 24 Giugno 2016 credo che per molti cittadini qualcosa sia cambiato nel rapporto con questa nazione. Questo video sarebbe stato inimmaginabile fino a Mercoledì 22 Giugno: dimostra il razzismo di pochi ignoranti, l’indifferenza di molti e la reazione di alcuni che hanno condannato l’episodio.

Non so se la Brexit sarà una disgrazia o un successo, ma di sicuro ci siamo svegliati in un mondo sconosciuto: da una parte, alcuni (spero una minoranza) hanno interpretato l’esito del voto come l’autorizzazione a mostrare l’insofferenza, l’intolleranza e l’odio che hanno accumulato dietro i sorrisi di circostanza; dall’altra, i cittadini che hanno votato per il “Remain” e quelli che, pur avendo votato “Leave”, sono persone civili e tolleranti, assistono alla crisi politica e sociale della nazione increduli tra il disgusto e la sorpresa.

Da alcuni anni Londra è la mia casa, una città in cui mi sono sentito sicuro e accolto, in cui ero orgoglioso di abitare, eppure adesso “London’s Burning” e io mi sono svegliato in una nazione talmente divisa da rendere qualsiasi decisione politica rischiosa: giovani contro vecchi, inglesi e gallesi contro scozzesi e irlandesi, conservatori contro altri conservatori, laburisti contro altri laburisti, politici bugiardi a piede libero contro giornalisti, europeisti contro “Britain first”… Alla fine le beghe di casa nostra sembrano discussioni di cortile, “curtigghiu“.

Allora ho iniziato a chiedermi da quanto il Regno Unito è così diviso? come mai nessuno ha rilevato queste divisioni? come mai persino chi vive qui non ha percepito l’insofferenza verso intere fette della popolazione? Davvero nessuno aveva capito nulla?

Non è stata solo una mia percezione, nelle serate con gli amici (anche se forse qualcuno dirà che lo aveva sempre saputo) si è discusso di quanto Londra fosse aperta e accogliente, di quanto, nonostante tutto, la nazione fosse apparentemente unita e orgogliosa della sua posizione internazionale, delle sue tradizioni e del benessere di tanta parte dei suoi cittadini. Sembrava di vivere nella terra delle opportunità in cui tutti (ma proprio tutti) avrebbero potuto giocarsi le carte che hanno.

Invece, il Regno Unito, accecato dalla politica della paura, spinto dalle fasce sociali più anziane e intransigenti (tralasciamo il livello culturale), ha scelto di mettere a rischio la propria unità nazionale, il benessere della popolazione e il futuro dei propri giovani pur di “combattere l’immigrazione” e “avere indietro la nazione”. Non è servita la morte della povera Jo Cox e le parole di Sadiq Khan a distogliere lo sguardo della maggioranza dall’odio.

Alla fine io (come molti altri stranieri) mi sento molto meno a casa, molto meno accolto e sicuro, molto meno tutelato. Non so se rimarrò a Londra per molti altri anni, ma, di sicuro, sono deluso da una nazione che ho sempre visto come un riferimento di democrazia e tolleranza,
Spero di potermi ricredere, ma permarrà il senso di amarezza e di dispiacere.
Credo che, alla fine, comunque finisca, verrà sempre da chiedersi cosa si cela dietro l’apparente gentilezza della popolazione e a quale 50% appartiene il tuo interlocutore o la persona che è appena salita in metro.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.