Sicilia e Sicilianità

Credo che scrivo della Sicilia in questo blog, perchè è un modo per rimanere ancorato a ciò che sono e che mi manca, per ricordarmi da dove vengo e che la condizione di distanza in cui sono è, forse, solo temporanea.

Camilleri scrisse che dalla Sicilia non ci si può semplicemente allontanare, se ne deve “uscire” valicando confini sociali e culturali, spezzando un «cerchio di arretratezza, di convenzioni, di remore, di abitudini, di leggi».
L’allontanamento (sia esso per Milano, Londra, New York non importa) sembra essere una condizione necessaria alla propria affermazione. Questo il senso del proverbio siciliano “Cu nesci, arrinesci“, “Chi esce, riesce”.

Pirandello parlando di Verga disse che spesso i siciliani rimangono imprigionati nella loro terra, “ma ci sono quelli che evadono”, come Verga, perchè capiscono che solo “andando in continente” potranno raggiungere gli obiettivi che si sono prefissi.

Nesciri”, uscire, non significa dimenticare le origini, o rinnegare la cultura assorbita nell’infanzia e nella giovinezza. Anzi. I Siciliani “nisciuti” tentiamo di unire le due prospettive, quella che guarda alla tradizione culturale siciliana e quella che invece coglie i fermenti di più ampio respiro.

C’è una cosa però da cui mi sforzo progressivamente di allontanarmi: ‘la sicilianità’, ossia quella condizione che, per dirla con le parole di Francesco Merlo, ‘ci renderebbe uguali, noi siciliani nel mondo, ma diversi da tutti gli altri abitanti della terra’.

E’ proprio la sicilianità, che ci porta all’omertà, all’indifferenza, al sospetto, ma anche agli stereotipi.

La sicilianità è un codice che si respira nell’aria quando due siciliani parlano: il silenzio, gli sguardi, le cose dette e quelle non dette, i gesti. Tutto è un codice che va interpretato. La diversa interpretazione di quel codice sta dietro le cinque famose classificazioni di Sciascia il quale individua oltre agli uomini, i mezzi uomini,gli  ominicchi, i piglianculo e i quaqarquà.

E’ la sicilianità che ci porta a ritenere che i cittadini debbano farsi i fatti propri, il pranzo debba essere una gara di sopravvivenza, un amico debba essere praticamente un complice,  il cibo sia unico e il migliore del mondo, il mare possa bastare e avanzare a motivare la violenza che facciamo alla nostra terra…
E’ la sicilianità che ci porta ad accettare con rassegnazione il degrado
 morale e culturale, la criminalità, la violenza della politica, le strade scassate, l’immondizia (pur avendo un numero di dipendenti comunali superiore a qualsiasi altra città), le scuole cadenti, i trasporti pubblici indecenti, i collegamenti fermi agli anni ’70, le aree industriali abbandonate, i soprusi che ogni giorno riceviamo dai parcheggiatori e dai dipendenti pubblici che non fanno il loro lavoro…
E’ la sicilianità che ci porta a ritenerci
 diversi, speciali, particolari, unici, migliori degli altri tanto da poterci permettere la rassegnazione.
E’ la sicilianità che sta dietro l’Autonomia e lo Statuto Speciale, che ha ha prodotto un ceto parassitario senza eguali in Europa, che è esso stesso mafia.

E’ la perfetta conoscenza della sicilianità che porta Giuseppe Tomasi di Lampedusa a scrivere “i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti.” 

Ecco è dalla sicilianità che voglio prendere le distanze perchè, visto dalla Sicilia, quello che sta accadendo sulla scena culturale e tecnologica assume una prospettiva particolare e un senso diverso che nel resto dell’Italia. E’ una grande opportunità di riscatto.

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione che sta ridefinendo il significato stesso del lavoro, delle figure professionali e del modo di lavorare, del modo in cui interagiamo con la realtà e con il mondo. Mentre l’essere siciliani costituisce un grande fattore abilitante (creatività, capacità di adattamento, flessibilità…), la sicilianità rischia di essere un handicap.
Il ritenersi superiori, più capaci, più furbi degli altri rischia di tagliarci fuori dalla partita, perchè non ci fa mettere in discussione.
La rassegnazione, il senso di superiorità, la nostra sicilianità rischia di essere il più grosso nemico del successo della nostra terra.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.