Impresa, startup e la ricerca della felicità

Tutti cerchiamo la felicità e il riconoscimento per ciò che facciamo. Credo che tutti noi vogliamo fare qualcosa di importante nella vita. 

Quelli che hanno uno spirito imprenditoriale, forse, vogliono farlo in un ambito specifico, magari creando prodotti di successo o avviando aziende che possano conquistare il mercato.

Negli ultimi tempi, il mio lavoro è molto cambiato. E’ forse più vicino alla capacità di sviluppare relazioni che alla competenza strettamente tecnica e quindi incontro molti imprenditori (o aspiranti tali) nella tech community italiana e inglese.

La domanda che ricorre in ogni contesto (dopo il pitch di tre minuti in cui viene raccontata l’idea di impresa) è sempre la stessa: Will it scale? Può essere scalabile ossia può generare grossi numeri crescendo rapidamente?

Di conseguenza, se la risposta è no, se non può scalare a milioni di utenti o produrre milioni di euro, la visione generalizzata è che vada  abbandonata.
Credo però che per fare qualcosa di importante, è fondamentale capire se si vuole essere un “coniglio” o un ’”unicorno, se si vuole ricercare il danaro facile o il sacrificio, l’impegno e magari la felicità.

Non ho nulla contro gli unicorni ma so di essere impopolare a dire che adoro i conigli.  Forse, la domanda dovrebbe essere: cosa ci fa stare meglio, cosa ci rende felici, soprattutto, cosa vuol dire fare qualcosa di importante?

Un unicorno deve, per definizione, crescere velocemente, trovare un investimento e acquisire la leadership del mercato in cui opera. Ergo, pressione enorme che non ammette fallimenti o errori.

Un coniglio vuole crescere dentro limiti chiari, ottenere dei ricavi e, soprattutto, dare un buon servizio al cliente, passando attraverso fallimenti ed errori, con tanto sacrificio.

Il primo deve dominare la complessità, focalizzarsi prima di tutto sulla definizione di un’offerta altamente specifica e la ricerca dell’investitore che definirà i tuoi obiettivi (prevalentemente finanziari). Il secondo affina la sua offerta, ascolta il cliente (che conquisterà passo dopo passo), e ricerca la semplicità, non ha pressioni elevate e può (anzi deve) specializzarsi perché dovrà competere con soggetti molto più grossi.

Un piccolo business può/deve investire maggiormente nelle persone che realmente sono importanti. Ho letto in un articolo che “A small business is about people”. 

Piccolo non vuol dire non profittevole o “povero”.
Certo, fa comodo a tutti disporre di bei capitali iniziali, ma tutto si paga.
Certo, si fatica da piccoli, ma si può crescere in modo organico e si possono raggiungere anche successi importanti, persino lavorando in delle nicchie di mercato iper-specializzate.
Il piccolo può sempre scalare quando se la sente ed è pronto. Allora, avrà sulle spalle un bagaglio di conoscenza e competenze che gli permetteranno di farlo con dei rischi certo, ma controllati perché potrà sempre ritornare a fare quello che faceva.
Da piccoli si impara cosa è fare impresa, quanto è duro e complesso. Insomma, si sviluppa lo spirito imprenditoriale.

Sento spesso parlare di “bootstrapping”, ma non credo sia corretto applicarlo a quello di cui parlo. Bootstrapping significa letteralmente fondare un’azienda.

Avviare un piccolo business significa fondare un’azienda per la quale sono chiari i limiti e i vincoli, identificare prodotti e servizi, fissare gli obiettivi e commisurarli alla proprie capacità. Insomma, secondo me, è un processo più consapevole.

Avviare un piccolo business, un “coniglio” forse non ti farà diventare un miliardario, ma ti porterà a fare qualcosa di importante nella vita e, forse, ti avvicinerà alla felicità.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.