La tradizione e l’innovazione

Finita l’”appanzata” di fine anno, il veglione, “Brigitte Bardot Bardot”, i trenini e i brindisi, siamo nel 2016.

Il 2015 è stato un anno fantastico, forse unico, sotto molti aspetti.
Per me, il motivo dominante è stato la continua ricerca del nuovo e del cambiamento, ma anche il costante ripensamento di come presentiamo l’azienda e i nostri prodotti.

Il risultato è che, nel nuovo anno, mi è rimasta una “camula” (per i non siciliani, tarlo o tignola, insomma qualcosa di noioso che disturba continuamente) nella testa.

Il tempo con Pippo, nel suo ristorante, mi ha insegnato che ogni grande chef non riesce semplicemente ad assaporare un piatto, ad esempio una pizza. Deve capire quale tipo di pomodoro è stato usato, se la mozzarella è quella giusta, se l’origano è stato aggiunto prima o dopo la cottura…
In cucina, ho imparato che per eccellere è necessario essere disciplinati, precisi e metodici, ma bisogna anche mettere in discussione tutto, essere costantemente curiosi, non fermarsi mai, sperimentare e non accettare nulla per scontato.

Il risultato di questo approccio nella vita di ogni giorno è che vengo considerato un rompiscatole (una “camurria“), o, dai più sofisticati, un inquieto. Sono inquieto, una “camurria“, soprattutto in territori e nelle situazioni fortemente caratterizzate dalla tradizione e dove, possibilmente, avere successo non seguendo le regole tradizionali non è un merito. 

Io ho imparato a mettere in discussione tutto, soprattutto me stesso e i risultati ottenuti. Forse, lo faccio anche troppo!
Questo è ciò che farò nel 2016, nel 2017 e finchè avrò la forza (o la voglia) di farlo.

La mia percezione è che la Sicilia, se non l’Italia intera, è una terra fortemente nostalgica dei propri fasti.
Sebbene la nostra Sicilia abbia avuto (e abbia attualmente) alcuni dei più grandi artisti ed inventori, gente di talento che ha messo in forte discussione la comune visione delle cose, l’Italia e la Sicilia rimangono il luogo in cui (tanto per rimanere in tema culinario) i pasti sono un rituale sacro, dove  le ricette dei piatti vengono tramandati da madre in figlia per intere generazioni, dove cambiare quello che si è sempre fatto è estremamente complesso.
Siamo immersi nel passato e nella nostalgia del passato. Basta leggere l’articolo sulle Start-Up italiane in cui Alberto Onetti dice, relativamente al tema degli investimenti, “credo che il problema sia innanzitutto culturale: il risparmio in Italia è consistente, ma per tradizione non si rivolge all’innovazione“ e ancora “chiederei semplificazione, non incentivi. Il Ministero dello sviluppo economico sta andando in questa direzione, ma la cornice istituzionale e regolamentare in Italia resta soffocante e non premia chi prova a fare”.

Cambiare non è mai facile, ma in certi contesti è addirittura impossibile.

Penso che, per favorire l’innovazione davvero, dovremmo fare in modo di portare il passato nel futuro, rompendo le regole.
Non perdere la nostra tradizione ma costruire su di essa, creando e sperimentando.
Questo è vero per qualsiasi settore, dall’innovazione alla cucina.

Abbiamo la possibilità di imparare da ciò che stanno facendo gli altri in altre #, possiamo prendere spunto e guardare oltre.

L’ultimo prodotto che abbiamo lanciato quest’anno nasce da tutto ciò. Da uno spunto dato da ciò che hanno fatto altri, molto lontani da noi.
Uscire dalla mura domestiche, dai programmi televisivi sempre uguali a sè stessi, leggere articoli diversi, poter comunicare con persone di altre nazionalità, serve a questo!
Serve a permettere la creazione e la condivisione delle idee.

Credo che la cosa che maggiormente ho acquisito in questi anni in UK sia proprio questa.  L’aver compreso che tutti hanno qualcosa da dire e possono instillare il seme di un’idea. Quindi, serve essere capaci di dubitare di sè stessi, orgogliosi e umili allo stesso tempo.
Dobbiamo essere Italiani, tradizionalisti e allo stesso tempo “disruptors“, “camurrie” con una “camula” in testa, aperti al diverso e alle altre nazioni.

Aver dubbi vuol dire, accendere il pc ogni mattina o andare in ufficio e chiedersi se gli ingredienti della tua ricetta sono giusti.
Se non lo sono, avere il coraggio di cambiare, anche cose che vengono da lontano, dalla stessa storia della tua azienda o della tua terra.

Io credo che la generazione dei quarantenni di oggi abbia il dovere di trasferire questo concetto alle nuove generazioni che stanno affrontando le sfide dell’innovazione in Europa.
Dobbiamo condividere la nostra conoscenza ed esperienza, ma anche i nostri sogni e la voglia di rompere i muri, di essere “camurriusi“.

Va dato atto che nel bene e nel male, qualcosa sta lentamente cambiando. Città come Milano stanno riuscendo ad esprimere un notevole potenziale e il mondo imprenditoriale e politico (con ritardo, con limiti e errori) sembrerebbero iniziare ad ascoltare (per moda o per reale comprensione della dimensione dell’opportunità per la Nazione).

Dobbiamo però aver presente che la creatività viene fuori quando meno te lo aspetti, di giorno, di notte, ascoltando una canzone, e bisogna essere pronti e predisposti a prenderla al volo. Quello che adesso serve alla Nazione, è la capacità di scremare le idee migliori, focalizzando le risorse su ciò che veramente è nuovo e permettendo anche alle persone di mettere su dei soldi.

Quando mi chiedono quale è l’ingrediente per fare qualcosa di nuovo, la mia risposta è solo il cervello.
Provo a portarlo sempre con me e non si ferma mai.

Questa è la “camula” che mi porto dentro da sempre e questi sono i miei propositi per il 2016.

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.