Ma cu mu fici fari

Ma cu mu fici fari (traduzione: domanda esistenziale che ogni siciliano rivolge a tutte le divinità conosciute, ma, prevalentemente, che viene rivolta a quella cornutissima tra tutte che lo ha indotto a prendere decisioni o compiere azioni di cui in certi momenti prova rimpanto.  In taluni casi, l’intercalare prevede anche l’affermazione “benemerita minchiata” qualora l’azione indotta dalla suddetta divinità sia stata infausta).

In giornate come questa mi chiedo chi me lo ha fatto fare.

Parlo dei giorni in cui piove, la metro è afflitta da ritardi notevoli, le carrozze sono stracolme, si viaggia stretti tra decine di persone morendo dal caldo, mentre fuori si gela. I giorni in cui aspetti risposte importanti che tardano ad arrivare o in cui ti rendi conto che l’eccessiva trasparenza, la condivisione delle tue idee serve solo a dare spunti che verranno puntualmente usati dagli altri (naturalmente gratis) o in cui la stanchezza ha la meglio.

Sono i giorni in cui manca il sole e il mare, in cui chiuderei tutto per fare un salto a Mondello a guardare il mare.
Quanto mi manca Mondello d’inverno! Allora, apro il sito dell’Albaria (con la webcam puntata sul mio mare) e mi appare questa foto che mi lascia senza parole e ritorna Ma cu mu fici fari“.

Mondello

La settimana non è stata facile e le prossime non promettono nulla di meglio.

Ecco, in giorni come questo mi chiedo perché ho scelto di fare questa vita!
Perchè sia diventato necessario lasciare la propria terra per poter lavorare degnamente e dare una speranza alle nostre aziende!

Questi sono anche i giorni in cui la paura di fallire supera la consapevolezza di ciò che si è fatto.

So bene che non riesco e non sono mai riuscito a trovare motivazioni nei successi passati.
Forse penso che non sia sano farlo.
In realtà ogni traguardo ho imparato a viverlo con la sola convinzione di aver solo fatto il mio dovere e di dover subito guardare al prossimo obiettivo.

Questi sono i giorni in cui mi confronto con la preoccupazione per il futuro della mia azienda: la difficoltà ad innescare quel meccanismo virtuoso che possa farla crescere in modo sistematico senza dover aumentare altrettanto sistematicamente i costi, ma soprattutto senza doverla fare dipendere da poche persone.

Siamo nati come azienda di consulenza e staccarsi da questa eredità non è semplice, perchè non è semplice pensare a dei prodotti che possano prescindere dal servizio e, nello stesso tempo, non è semplice trovare il danaro (e il tempo) per sviluppare le risorse interne.

Avviare un’azienda che eroga servizi è facile perchè induce immediati flussi di cassa e se, come nel mio caso, i capitali non ci sono, la consulenza è l’unica strada. Ma poi? Consulenza equivale a vendere il tempo delle persone, più vendi, di più persone necessiti, quindi aumenti i costi.

Noi siamo alla dimensione ottimale per il cambio di pelle (che abbiamo avviato circa un anno fa) ma con dei limiti oggettivi: elevata incidenza di tecnici, super specializzati, e scarsa capacità commerciale (che sia indipendente dall’azione che svolgo in prima persona).
Questa circostanza induce un’intrinseca debolezza: se io non dovessi essere in grado di svolgere il mio lavoro, come potrebbe l’azienda continuare a crescere? Questa domanda è stata il tarlo nella mia testa dal momento in cui ho avuto il primo dipendente.

Anche questa è una delle paure che bisogna gestire. La gestione del ricambio e l’indipendenza dell’azienda dall’imprenditore credo siano il primo dovere di ogni imprenditore, se si vuole fare crescere l’impresa e farla camminare con le proprie gambe.

Resta il fatto che mi chiedo con insistenza Ma cu mu fici fari“!

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Essere imprenditore significa lavorare tanto, pensare sempre alla tua azienda, vivere con la tua creatura in testa giorno e notte. Il mio lavoro e, quindi, questo blog contengono la sintesi e la metafora di una vita vissuta alla ricerca di qualcosa capace di soddisfare la mia curiosità e il mio desiderio di mettermi alla prova senza limiti o preconcetti.